Un utile attacco ai giovani
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| di Luca Borello |
Collettiva Anonima, Non è un libro per vecchi. Analisi della generazione delle eccezioni, La Tuchina ed., 2011, p. 160
Un libro per vecchi non lo è davvero, questa analisi impietosa condotta dai figli (oggi tra i trenta e i quarant’anni) sulla generazione dei padri (nata nell’immediato dopoguerra). Movente della Collettiva Anonima è rintracciare le radici della crisi civile (con il termine “civile” gli autori richiamano precisamente il sostantivo civiltà: crisi, quindi, della civilizzazione) cui assistiamo in Italia (e nel mondo occidentale: ma gli autori saggiamente preferiscono non travalicare i confini della Penisola), per suggerire una via d’uscita.
L’assunto di partenza è noto: la generazione dell’immediato dopoguerra ha sperimentato una condizione di ricchezza e sviluppo formidabile che ha tramandato ai figli come prassi consolidata. Quella generazione, per dirla con gli autori, “ha goduto di tutto: massima espansione culturale, economica, politica e persino le più longeve espressioni rivoltose e controculturali”. È improvvisamente diventato “normale” avere due macchine, la seconda casa, il posto fisso, ferie pagate, sanità gratuita, istruzione pubblica, garanzie e diritti. “Così normale da apparire ovvio”: tanto che i figli non in grado, oggi, di raggiungere il medesimo standard di vita sono spesso liquidati come “bamboccioni” incapaci di ottenere quello che di ovvio c’è da ottenere: la sicurezza economica. Oppure – e forse peggio, ipotizzano gli autori – “trattati come eterni adolescenti malaticci, da tenere al riparo da ogni circostanza avversa”.
Alla base sta un gigantesco equivoco. Per dirla ancora con gli autori, "l’uomo non è arrivato sulla terra con il contratto a tempo indeterminato, la seconda casa e le ferie pagate: questa situazione ha riguardato una minuscola parentesi nell’arco della storia dell’umanità. Una parentesi che si è già chiusa. Un’eccezione, appunto".
La responsabilità della generazione dei padri non è soltanto quella di aver sperperato risorse in un clima di ottimistica spensieratezza: “ormai è fatta”, ironizzano gli autori. Il problema, se mai, è il rifiuto di ammettere l’eccezionalità della situazione da loro sperimentata, da cui l’attitudine a spronare – e coadiuvare – i discendenti affinché raggiungano i medesimi obbiettivi. Il che ha effetti catastrofici. A livello collettivo, perché il sistema non regge (“Non ce n’è abbastanza per tutti”); e, a livello individuale, perché genera la frustrazione determinata dall’impossibilità di raggiungere obbiettivi ritenuti “normali”. La “generazione dell’eccezione”, sia pur in ottima fede, non fa che cercare di replicare il proprio modello. Un genitore che ha avuto tutto non può chiedere al figlio di rinunciare a qualcosa: appare “al limite del controsenso evoluzionistico”. Il che porta a una specie di vicolo cieco nei rapporti generazionali, da cui la seconda grande tematica del libro: l’incomunicabilità tra le generazioni. Paradigma dello scontro generazionale resta il ’68, secondo gli autori. Il mondo moderno, libero e vitale nato nel dopoguerra contro quello antico, sopravvissuto allo sfacelo del fascismo e delle Guerre Mondiali. Uno scontro dai fronti ben definiti e talvolta violento. Oggi è il moderno contro un’altra forma di moderno: “l’incomunicabilità interna al sistema”. "Vi è un’apparente cooperazione tra le generazioni, un’apparente convergenza di obbiettivi, ma nei fatti si assiste all’incomunicabilità […] Sono comunque i ‘padri’ a sobbarcarsi i problemi dei ‘figli’, applicando però il vecchio modello; i giovani, dal canto loro, sono troppo schiacciati sulla contingenza e dipendenti dall’aiuto economico dei genitori per mettere davvero in discussione il sistema, per provare davvero a risolvere la questione mettendo in campo risorse nuove […] C’è insomma un rapporto di dipendenza: quindi non può esserci comunicazione".
Ecco il nucleo di Non è un libro per vecchi: spezzare il rapporto di dipendenza economica (ma anche culturale) dai genitori. “Probabilmente nella retorica dei bamboccioni c’è qualcosa di vero”, affermano gli autori. "I giovani restano tali troppo a lungo. Il cordone che li lega ai genitori non è più ombelicale: è quello della borsa […] E i ‘padri’, dal canto loro, sono talmente certi di quello che hanno costruito e gelosi di privilegi ritenuti ‘naturali’ da essere geneticamente impediti ad abbandonare il posto di comando: perché lasciare il timone in favore di una generazione che non è in grado di mantenersi da sola?".
Come spezzare la dipendenza, allora? Con la rinuncia, sostengono gli autori. È questo un termine chiave, perché testimonia le difficoltà di comunicazione. Nell’accezione dominante (quella dei “padri”) il termine è negativo: significa perdita, sacrificio. A meno che non rappresenti un lusso: rinuncia chi ha abbastanza da potersi permettere di rinunciare. Il processo a cui invitano gli autori è diverso: la rinuncia alle sicurezze traballanti della generazione precedente non come sacrificio (“non si può sacrificare qualcosa che di fatto non esiste”), ma come punto di partenza per creare modelli nuovi. Sicurezze nuove. Basate, magari, sulla solidità dei rapporti umani. “Non possedere due automobili o la seconda casa non può realisticamente essere inteso come sacrificio, come un passo indietro. […] Il passo indietro è stato intendere quell’abbondanza come normalità”, affermano. Per emanciparsi dalla “generazione delle eccezioni”, insomma, occorre intendere le rinunce come liberazione da una forma schiavitù economica e consumistica. “Si rinuncia per alleggerirsi. Per dar spazio ad altro […] Si rinuncia per essere più liberi di comprendere che cosa davvero si desidera ottenere. E in questo occorre certo grande coraggio. La generazione che ci ha preceduto non ha avuto il coraggio di rinunciare a nulla. Noi possiamo e dobbiamo averlo”.
Non è un libro per vecchi è, in realtà, un attacco ai giovani. Uno sprone a trarre dalle difficoltà l’occasione per crescere, e crescere in una direzione diversa da quella intrapresa dai genitori. Si potrebbe criticare la fumosità della sezione “programmatica”. A fronte di un analisi accurata, mancano indicazioni precise sulla strada da seguire. È un difetto comune in questo genere di testi. Eppure, se la Collettiva Anonima avesse voluto indicare una via più precisa, forse sarebbe caduta nel medesimo errore dei padri. È ora che i giovani imparino a trovare la loro strada, e la percorrano da soli.
Un libro per vecchi non lo è davvero, questa analisi impietosa condotta dai figli (oggi tra i trenta e i quarant’anni) sulla generazione dei padri (nata nell’immediato dopoguerra). Movente della Collettiva Anonima è rintracciare le radici della crisi civile (con il termine “civile” gli autori richiamano precisamente il sostantivo civiltà: crisi, quindi, della civilizzazione) cui assistiamo in Italia (e nel mondo occidentale: ma gli autori saggiamente preferiscono non travalicare i confini della Penisola), per suggerire una via d’uscita.
L’assunto di partenza è noto: la generazione dell’immediato dopoguerra ha sperimentato una condizione di ricchezza e sviluppo formidabile che ha tramandato ai figli come prassi consolidata. Quella generazione, per dirla con gli autori, “ha goduto di tutto: massima espansione culturale, economica, politica e persino le più longeve espressioni rivoltose e controculturali”. È improvvisamente diventato “normale” avere due macchine, la seconda casa, il posto fisso, ferie pagate, sanità gratuita, istruzione pubblica, garanzie e diritti. “Così normale da apparire ovvio”: tanto che i figli non in grado, oggi, di raggiungere il medesimo standard di vita sono spesso liquidati come “bamboccioni” incapaci di ottenere quello che di ovvio c’è da ottenere: la sicurezza economica. Oppure – e forse peggio, ipotizzano gli autori – “trattati come eterni adolescenti malaticci, da tenere al riparo da ogni circostanza avversa”.
Alla base sta un gigantesco equivoco. Per dirla ancora con gli autori, "l’uomo non è arrivato sulla terra con il contratto a tempo indeterminato, la seconda casa e le ferie pagate: questa situazione ha riguardato una minuscola parentesi nell’arco della storia dell’umanità. Una parentesi che si è già chiusa. Un’eccezione, appunto".
La responsabilità della generazione dei padri non è soltanto quella di aver sperperato risorse in un clima di ottimistica spensieratezza: “ormai è fatta”, ironizzano gli autori. Il problema, se mai, è il rifiuto di ammettere l’eccezionalità della situazione da loro sperimentata, da cui l’attitudine a spronare – e coadiuvare – i discendenti affinché raggiungano i medesimi obbiettivi. Il che ha effetti catastrofici. A livello collettivo, perché il sistema non regge (“Non ce n’è abbastanza per tutti”); e, a livello individuale, perché genera la frustrazione determinata dall’impossibilità di raggiungere obbiettivi ritenuti “normali”. La “generazione dell’eccezione”, sia pur in ottima fede, non fa che cercare di replicare il proprio modello. Un genitore che ha avuto tutto non può chiedere al figlio di rinunciare a qualcosa: appare “al limite del controsenso evoluzionistico”. Il che porta a una specie di vicolo cieco nei rapporti generazionali, da cui la seconda grande tematica del libro: l’incomunicabilità tra le generazioni. Paradigma dello scontro generazionale resta il ’68, secondo gli autori. Il mondo moderno, libero e vitale nato nel dopoguerra contro quello antico, sopravvissuto allo sfacelo del fascismo e delle Guerre Mondiali. Uno scontro dai fronti ben definiti e talvolta violento. Oggi è il moderno contro un’altra forma di moderno: “l’incomunicabilità interna al sistema”. "Vi è un’apparente cooperazione tra le generazioni, un’apparente convergenza di obbiettivi, ma nei fatti si assiste all’incomunicabilità […] Sono comunque i ‘padri’ a sobbarcarsi i problemi dei ‘figli’, applicando però il vecchio modello; i giovani, dal canto loro, sono troppo schiacciati sulla contingenza e dipendenti dall’aiuto economico dei genitori per mettere davvero in discussione il sistema, per provare davvero a risolvere la questione mettendo in campo risorse nuove […] C’è insomma un rapporto di dipendenza: quindi non può esserci comunicazione".
Ecco il nucleo di Non è un libro per vecchi: spezzare il rapporto di dipendenza economica (ma anche culturale) dai genitori. “Probabilmente nella retorica dei bamboccioni c’è qualcosa di vero”, affermano gli autori. "I giovani restano tali troppo a lungo. Il cordone che li lega ai genitori non è più ombelicale: è quello della borsa […] E i ‘padri’, dal canto loro, sono talmente certi di quello che hanno costruito e gelosi di privilegi ritenuti ‘naturali’ da essere geneticamente impediti ad abbandonare il posto di comando: perché lasciare il timone in favore di una generazione che non è in grado di mantenersi da sola?".
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| Fonte: tripluca.com |
Non è un libro per vecchi è, in realtà, un attacco ai giovani. Uno sprone a trarre dalle difficoltà l’occasione per crescere, e crescere in una direzione diversa da quella intrapresa dai genitori. Si potrebbe criticare la fumosità della sezione “programmatica”. A fronte di un analisi accurata, mancano indicazioni precise sulla strada da seguire. È un difetto comune in questo genere di testi. Eppure, se la Collettiva Anonima avesse voluto indicare una via più precisa, forse sarebbe caduta nel medesimo errore dei padri. È ora che i giovani imparino a trovare la loro strada, e la percorrano da soli.
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